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Mercoledì 15 ottobre 2003

Amare è comprendere
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Fu detto:”non giudicate per non essere giudicati, con lo stesso metro con il quale giudicherete gli altri sarà giudicato a voi stessi”.
Chi è che giudica? Chi è che giudicherà noi stessi? Se vi osservate riuscite a comprenderlo, quando noi giudichiamo gli altri, quando parliamo male degli altri, quando critichiamo, per altri intendo anche le situazioni, intendo certi aspetti della vita, non stiamo molto bene, nel mettere in atto queste manifestazioni, non ci sentiamo in armonia, non ci sentiamo in pace, se qualche volta abbiamo conosciuto lo star bene, lo stare in pace, lo stare in armonia, ci rendiamo conto che in quei momenti non stiamo così, certo, se mai abbiamo conosciuto lo star bene e ci siamo abituati ad uno star male che consideriamo star bene, ce ne rendiamo conto poco, però, se lo raffrontiamo a quei momenti in cui veramente siamo stati bene, certo i momenti in cui ci mettiamo in disaccordo, ci sentiamo in disarmonia, sentiamo che ci dividono dentro.
Allora perché:”con lo stesso metro sarà giudicato a noi stessi”? perché comunque, quello che noi proponiamo come critica, come giudizio, è una proiezione, cioè non facciamo altro che proiettare le nostre disarmonie, i nostri problemi irrisolti nelle situazioni che viviamo, nelle persone che ci stanno davanti, allora l’invito che vi faccio, che poi tutti questi discorsi, in ultima analisi, fanno riferimento al nostro lavoro di terapeuti, è ancora una volta il rispetto del mondo degli altri.
Non tutti abbiamo la stessa meta, non tutti facciamo lo stesso percorso, le nostre mete sono in relazione al nostro momento di evoluzione. La mia meta di qualche anno fa era senz’altro diversa da quella di oggi, o almeno, il mio atteggiamento nei confronti della vita era senz’altro diverso, io non giudico il me stesso di venti anni fa, o almeno cerco di non farlo, perché in quel momento le mie mete mi apparivano sacre, mi apparivano bellissime, importanti da raggiungere, e allora, anche nei confronti degli altri, nei confronti di chi si affida a noi terapeuti, consideriamo che ognuno ha la propria meta, che è giustissimo che sia, non possiamo proporgli qualcosa che è al di la, che è superiore a quello che è il suo momento evolutivo, anche perché sarebbe, oltretutto, qualcosa di disastroso, cioè imporre all’altro uno sforzo che è enormemente superiore alle sue forze di quel momento e portarlo per strade non sue. Io, da anni sono vegetariano, quando capita ne parlo, però non so se questa è la strada giusta per tutti, so che lo è per me, in questo momento, so che essere in questo modo mi aiuta, mi da una spinta in più, però non so, nella realtà dell’altro, come si potrebbe proporre.
Allora aiutiamo gli altri, a raggiungere mete che, tutto sommato, non sono le nostre.
Qui entra in gioco un altro discorso che è quello della “comprensione”, del comprendere l’altro, comprendere significa comprenderne le esigenze, comprenderne i desideri, se io voglio dare gioia a qualcuno, innanzitutto devo sapere che cos’è che gli può dare gioia; se mi regalassero un abbonamento per il campionato di calcio, non saprei che farmene, regalarlo ad un tifoso sarebbe tutt’altra cosa, così per tanti altri aspetti dell’esistenza, quindi comprensione vuol dire cercare di capire l’altro nel profondo.
Quando facciamo un regalo ad una persona a cui vogliamo bene, cerchiamo di capire quale potrebbe essere la cosa che la può far felice. Allora se cominciamo ad entrare in questa dimensione, la dimensione del non giudizio, della non critica, del comprendere l’altro, del comprendere che anche gli altri hanno un loro percorso, intanto facciamo una cosa molto bella per l’umanità, eliminiamo dall’umanità una persona che non critica, e non è poco, una persona che giudica, quando comunque sappiamo benissimo che non è facile, è un grosso dono che possiamo fare all’umanità.
Questo non vuol dire condividere certe scelte dell’altro, non vuol dire essere complici, ma comprendere che, in quel modo, sta facendo il suo percorso.
Questo modo va trasferito nel rapporto col nostro paziente, comprendere qual è il suo percorso in quel momento, qual è la sua meta, qual è l’aiuto che possiamo dare, che non è portarlo sul nostro percorso, ma aiutarlo a percorrere il suo.
Una grossa tentazione è scoprire una cosa bella nella vita e cercare di condividerla, ma una cosa è condividere, tutt’altra cosa è imporre. Nella condivisione ci può essere anche una partecipazione, far partecipare l’altro della propria gioia, nell’imporla c’è tutto un altro discorso che non ha niente a che fare con il condividere, con il mettere in comune.
Vi accorgerete, andando avanti, che quello del terapeuta è un percorso che presuppone un cambiamento interiore, io dico spesso:” un terapeuta si distingue da un altro terapeuta non per le tecniche che usa, ma per il percorso interiore che sta facendo”, è questo che lo fa essere un terapeuta più o meno valido, per l’amore che riesce a dare ai suoi pazienti e per l’amore che mette nel suo lavoro di terapeuta.
È questo che i fa terapeuti migliori, sempre in un raffronto con noi stessi, più cresciamo nell’amore, nella comprensione, nel non giudizio dell’altro, più saremo dei buoni terapeuti, più riusciremo a dare veramente ciò di cui l’altro ha bisogno.