Home > La nostra scuola > Il mercoledì

Mercoledì 22 ottobre 2003

Il vuoto
DOWNLOAD


Noi siamo abituati a considerare il pieno, quando guardiamo un vaso, ne osserviamo la forma, il colore, le dimensioni però quello che è importante del vaso è la parte vuota, così una finestra, si può considerare il legno, le persiane, però, quello che è importante, è lo spazio vuoto.
Il vuoto è il costituente preponderante anche della nostra struttura fisica, sembra assurdo, ma noi siamo costituiti in gran parte da spazio vuoto, la distanza fra nucleo ed elettroni, la distanza fra i vari nuclei è enorme, il rapporto fra il pieno ed il vuoto è come una barca in un oceano, come un sacerdote in una cattedrale; questi esempi ci possono dare un’idea dello spazio vuoto nella nostra struttura fisica, quindi, quello che in effetti ci governa è questo spazio vuoto in cui avvengono tante cose, lo spazio vuoto di una finestra è essenziale per far passare la luce, lo spazio vuoto di un vaso è essenziale per il suo utilizzo e così per un bicchiere, una bottiglia.
Lo spazio vuoto è quello che noi cerchiamo di fare nella nostra mente quando cerchiamo di far entrare la luce, non può entrare la luce se la nostra mente è piena di pensieri, piena di ansie, di preoccupazioni, di forme pensiero che ci appesantiscono. Quello che a noi è difficile fare è, appunto, creare questi spazi vuoti, creare una situazione per cui la luce possa entrare, la luce non ha nessuna difficoltà ad entrare quando trova lo spazio, non è che dobbiamo andarla a cercare, c’è già intorno a noi, c’è dentro di noi. La “finestra” si apre nel momento in cui arriviamo all’attimo di “non pensiero”, cosa che, soprattutto per noi occidentali, è molto difficile, qualcosa che contrasta con la nostra cultura, significa perdere il controllo della mente, significa lasciarsi andare all’intuizione più che al pensiero, queste sono cose che ci riescono difficili.
Io faccio sempre questi discorsi, in riferimento al lavoro che facciamo, in questo percorso ci accorgiamo come ad un certo momento, durante lo svolgersi di una terapia, il pensiero, automaticamente,lascia il posto all’intuizione, questo è molto importante, è molto importante non soltanto ai fini della terapia, ma anche perché cominciamo ad imparare un meccanismo, quello di abbandonare il pensiero e andare su un qualcosa che non è definibile verbalmente, che non è giudicabile, che non è esprimibile, ma che esiste ed è la nostra intuizione, quel qualcosa che ci fa andare al di là delle forme, al di là delle apparenze e ci proietta direttamente nella realtà vera dell’altro e soprattutto ci fa andare al di là della dualità.
Questo è un discorso grosso, difficile, l’ho detto più volte, non sappiamo pensare in un modo non duale, però l’istinto ci proietta al di là, dove non c’è verbalizzazione, non c’è giudizio, non c’è contrapposizione, la realtà è come essa è, e in una dimensione in cui la nostra individualità scompare, noi non siamo più un individuo separato, ma cominciamo ad entrare in comunione con l’altro, e questo significa entrare in comunione con l’universo e si passa dall’essere un individuo a sentirsi parte del tutto, a sentirsi il tutto, perché, comunque, il nostro concetto di imperfezione che ci accompagna da quando eravamo bambini, era un discorso atto a contrastare certi temuti atteggiamenti di presunzione e da lì quel discorso piuttosto strano “Dio che ci ha creati è perfetto, noi siamo imperfetti”, è una affermazione che ci taglia ogni possibilità, ci mette davanti ad un discorso assurdo e quindi cresciamo con questa idea di essere imperfetti. Proprio questo concetto di imperfezione, è relativo all’individualità, al sentirsi separati dal tutto. Nel momento in cui mi sento separato entro in contrapposizione, nel paragone, nel discorso del giudizio e la conclusione di questo è: ”non sono perfetto, ho tanti difetti”.
Nel momento in cui usciamo dal discorso dell’individualità, della contrapposizione, della dualità, non c’è più da fare paragoni ed io divento quello che sono, non è vero che siamo imperfetti, è che vediamo la nostra realtà in maniera distorta, proprio perché viviamo e consideriamo la separazione e non il fatto di essere un tutt’uno con gli altri e con il creato, a questo punto non c’è da paragonarsi con niente, non c’è da raffrontarsi con nessuno e cade ogni discorso, addirittura anche quello di essere perfetti o imperfetti perché, ci rendiamo conto e viviamo la perfezione, ma poi non è neanche per questo, se non esiste più il concetto di imperfezione, non esiste nemmeno quello di perfezione, cioè al di la di quello che è il blocco costituito dal pensiero, nel mondo dell’intuizione, noi intuiamo quella che è la nostra vera natura.
Nel momento in cui poi vogliamo esprimerla in parole e vogliamo razionalizzarla, cadiamo nuovamente nella trappola del dualismo, della dualità, allora questo nostro essere “divini” , essere perfetti, è un’intuizione, è qualcosa che in certi momenti sentiamo, cerchiamo di non trasformarla in parole, in concetti, godiamoci questi momenti in cui entriamo in comunione intima con l’altro, con la terra, con gli alberi, con l’universo, e lasciamo andare le cose così, senza mettere in mezzo il pensiero, il giudizio del pensiero, la catalogazione del pensiero, questo ci fa vivere senz’altro una vita più serena, nel momento in cui, usciamo dal meccanismo del giudizio, del giudicare gli altri, del giudicare noi stessi, cade il senso di colpa, cadono tanti motivi di angoscia, tanti motivi di non sentirsi adeguati e la nostra vita è senz’altro diversa.