Tanti
e tanti anni fa, quando frequentavo le scuole medie, il PUNTO, veniva definito:
"ente astratto senza dimensione".
Non ho motivo di credere che questa
definizione non sia valida ancor oggi.
Ente astratto senza dimensione? BOH!
e che significa? come fa ad esistere qualcosa che non ha dimensioni? Ma questo
era solo l'inizio, quando giravi pagina leggevi: "la RETTA è un insieme
di punti che si susseguono all'infinito". Doppio BOH!! Cioè, una fila
interminabile di quei cosi chiamati punti, che ancora non avevo capito se potesse
o no esistere, dava qualcosa che, addirittura, non aveva inizio ne fine, o meglio,
o peggio non so, cominciava e finiva all'infinito. Un qualcosa senza dimensioni
come poteva dare qualcosa di infinito? Triplo BOH!!! Ma, insomma, a che serve
tutto ciò? Che cosa me ne faccio di un qualcosa che, per definizione, è
astratto e che quando fa società con altri enti astratti come lui, dà,
nientemeno qualcosa di infinito? Stiamo parlando di qualcosa che non si può
vedere, né misurare, né utilizzare in nessun modo? Per fortuna,
nella pagina successiva, si scendeva con i piedi per terra, finalmente si cominciava
a toccare qualcosa: "Dicesi SEGMENTO l'insieme dei punti di una retta compresi
tra due suoi punti dati".
E vai! Col segmento possiamo costruire triangoli,
quadrati, trapezi, cubi, piramidi, ecc. Uff! Che fatica! Che cosa è successo?
Molto semplice, siamo passati dall'uno, il punto, al due, il segmento tra due
punti.
Facendo un grosso salto, dalla dimensione del divino, alla dimensione
della materia.
Da quello che definiamo astratto (il punto) a ciò che
definiamo concreto (il segmento). L'uno crea, dà forma infinita, dà
energia infinita invisibile ai nostri occhi finché non diventa due, finché,
con un qualsiasi espediente l'uno, infinito, assume un inizio ed una fine, dove
l'inizio e la fine, come nel segmento sono sempre l'uno, il punto.
Questo
segmento, che rappresenta la realtà conoscibile, viene ulteriormente frazionato
dalle nostre chiusure, paure, schemi mentali.
Solo chi riesce ad arrivare
all'estremo ha la possibilità di vedere il segmento, la realtà,
dal punto di vista del punto, dell'uno. Come si fa?
Piano piano, giorno dopo
giorno, o meglio attimo dopo attimo, spostiamo un pochino i confini che noi, arbitrariamente,
abbiamo dato alla realtà conoscibile, attimo dopo attimo, facciamo si che
per noi quello che definiamo reale sia sempre un pochino di più. Sembra
difficile? Sembra incomprensibile?
È quello che prima di noi hanno
fatto quelli che chiamiamo maestri, illuminati, mistici, santi, che, ampliando,
attimo dopo attimo, la propria percezione della realtà hanno finito per
trovarsi all'estremo limite, hanno cioè spostato talmente il punto di vista
della realtà, da farlo coincidere con quello divino, portandosi su un punto
panoramico dal quale c'è una visione d'insieme della realtà e da
cui scompare la dualità. Questo è il vero fine di tante tecniche.
Dallo yoga alle varie forme di meditazione, alla preghiera, arrivare all'unione,
raggiungere quell'altezza dove non c'è più contrasto, contrapposizione,
antagonismo, bello o brutto, buono o cattivo.
L'esperienza che ci spetta è
quella di vivere in una dimensione nella quale esiste la dualità, non siamo
qui per cambiare le regole, ma per trascenderle.
Abbiamo il dovere di vivere
nella materia rispettando queste regole, ma anche, attraverso queste, per capire
che nella esistenza vera, quella dello spirito, non e cosi.
Viviamo nella
limitatezza del segmento perché lì possiamo trovare il germe dell'infinito,
perché lì possiamo capire di far parte della retta, senza inizio
né fine.
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