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Dalla parte dell’agnello

marzo25

Durante l’Haggadah, la cena pasquale del rituale ebraico, veniva mangiato, fra gli altri cibi, l’agnello.
Del poco che oggi conserviamo di quella cena tradizionale, oltre l’uovo è rimasto proprio l’agnello.
Fra le due tradizioni ci fu una cena pasquale e un messaggio di amore per tutte le creature che ha cambiato il mondo, ma che, evidentemente, non è valsa a porre fine all’uccisione degli agnelli.

Potrebbe sembrare un aspetto secondario rispetto a quella che è stata la grossa rivoluzione portata dal cristianesimo, vediamo perché, a mio avviso non lo è. Cerchiamo di ricostruire, sulla base delle informazioni che ci vengono dai vangeli canonici e da altri scritti, gli eventi relativi alla notte dell’ultima cena. La Pasqua ebraica si poteva celebrare solo nella Città Santa, Gerusalemme. Per Gesù era già stato emesso un mandato di cattura. Era necessario trovare un posto sicuro per celebrare la Pasqua. Furono gli Esseni ad offrire ospitalità, il cenacolo si trova, appunto, al centro del quartiere degli Esseni all’estremo sud di Gerusalemme. Gesù potè entrare, discretamente, dalla porta degli Esseni, ai margini della città. Gli Esseni prestavano gratuitamente i loro locali per la Pasqua a patto che si osservassero delle regole. La regola principale aboliva i sacrifici di animali e, quindi, l’immolazione dell’agnello. Chiamavano la loro Pasqua “fiorita” perché il sacrificio dell’agnello veniva sostituito con l’offerta rituale di cereali e la tavola imbandita con frutti della terra. Gli Esseni si astenevano dal frequentare il tempio e compiere sacrifici. Gesù, è noto, non aveva buoni rapporti con la classe sacerdotale, qualche tempo prima aveva scacciato i venditori dal tempio liberando le colombe e aveva suscitato lo sdegno dei sacerdoti quando, operando guarigioni, veniva osannato dal popolo. Non è pensabile, in questo contesto, un Gesù, o chi per Lui, che si rechi al tempio a sgozzare l’agnello davanti ai sacerdoti, secondo il rituale ebraico. Tutta la letteratura cristiana antica sostiene, poi, che il Cristo, come tutti gli uomini spirituali del tempo, non mangiasse carne. Gesù con la sua predicazione e la sua vita da l’immagine di un Dio di misericordia, che non vuole spargimenti di sangue e vittime immolate, per porre fine a tutto ciò è lui che si offre volontariamente. L’immagine del “Buon Pastore” che sgozza la pecorella sarebbe veramente un’enorme contraddizione. Credo ce ne sia a sufficienza per cominciare a riflettere sul fatto che, se con Cristo arriva la buona novella, questa è per tutto il creato, agnelli compresi. E’ il rispetto della vita in ogni sua forma. La Pasqua non avrà maggior valore se gli agnelli che oggi pascolano sui prati, fra pochi giorni saranno sulla tavola di chi in questo modo crede di festeggiare al meglio la Resurrezione. Non mi riferisco, naturalmente, a coloro per i quali Pasqua non è altro che un’usanza e qualche giorno di vacanza che termina con la gita di Pasquetta, ma a tutti quelli che in qualche modo celebrano l’evento ricordando con vari riti la passione morte e resurrezione di Cristo e terminano le celebrazioni intorno alla tavola imbandita, sulla quale l’agnello è il piatto forte. Voglio essere chiaro, ognuno è libero di mangiare ciò che vuole e dare il significato che vuole a ciò che mangia, ma voglio permettermi una, a questo punto, ovvia considerazione: come mai un Maestro che, in contrasto con la tradizione del suo popolo, celebra una Pasqua in cui, nel rispetto di tutte le creature, l’agnello viene risparmiato, si trova ad avere dei seguaci che fanno uccidere e mangiano l’agnello, pensando di compiere un gesto devozionale, ma in effetti, mettendo in atto qualcosa di poco diverso da ciò che facevano coloro che quel Maestro volevano morto. Come vedete, la questione a questo punto, non è di scarsa rilevanza. Se vogliamo attribuire un significato simbolico a tutto questo, chi oggi mangia l’agnello pasquale pensando di mangiare ciò che raffigura l’Agnello di Dio, non fa altro che riagganciarsi ad una tradizione che il loro stesso Maestro ha rigettato. Per quel che sappiamo dell’ultima cena di Gesù, l’unico cibo di cui si parla è il pane e l’unica bevanda il vino, questi e solo questi, per sua affermazione lo rappresentano. I tempi sono maturi perché l’umanità, o almeno una parte di essa, cominci a vivere la propria spiritualità veramente in armonia con il creato, è tempo di smetterla di ingannarsi ed ingannare ribaltando il significato delle proprie azioni. Mangiare l’agnello, pensando di compiere un atto devozionale, è, oggi, indice di una barbarie che riporta al tempo dei sacrifici cruenti, anche allora condannati dai Profeti, e pone in antitesi agli insegnamenti di Gesù, colui che, nel compiere tale atto, si definisce Cristiano.

scritto da: Carlo Renzi

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